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Si stava iniziando a toccare, mentre rimaneva immobile con gli occhi socchiusi, come sovente accadeva all'apice della resa dissoluta dal sentiero senza ritorno della perdizione, incautamente percorso talvolta per curiosità ed altre volte per distrazione, così come era solito dirsi tra sé e sé per giustificare quella sua ossessione.
Iniziò a sospirare ed era tutto pronto per indursi il piacere supremo della sensazione: aveva preparato il terreno con l'immagine, l'impronta del ricordo, la proiezione esemplare della scena conturbante dove esaltare l'arroganza del possesso, la ferocia del dominio, la pretesa della sottomissione e la meccanicità depravata della ripetizione, adducendosi indefinitamente quell'amplesso tanto bramato attraverso la brutalità veemente ora del coito, ora della sodomia ed ora della fellatio, per suggellare così quella somma perversione dell'io, confluendo infine nell'abominio corrotto e diabolico del masochismo e del sadomaso.
Quel desiderio ardente e travolgente bruciava ovunque interiormente e non rimaneva altro da fare che soccombere, come ogni volta, al suo passo inarrestabile; del resto era ciò che era accaduto sempre da quello stupro subìto in giovane età e che aveva instillato negli abissi di un inconscio senza più luci, quella oscura pretesa indomita di riavere indietro ciò che gli era stato tolto, tramite una costante proiezione immaginaria di quei mondi idilliaci, modellati dalle tante porzioni simboliche ed eccitanti, magistralmente rubate al visto reale; mondi strumentalizzati dalle lascive volizioni di appagarsi, nei quali concedersi costantemente e perdutamente il divino nettare del piacere sessuale, finalmente scelto accuratamente e non più imposto, perpetrato e subìto.
La crudeltà emergente dallo stridulo contrasto tra un'emotività dilagante per la ferocia di ottenere a tutti i costi quel gusto, frammista al sentimentalismo ricercato per il profondo senso di colpa sopraggiunto, era pertanto giunta ad una espressione conflittuale così palese da trattenere l’essere in una miserabile pozza imputridita di variegate sofferenze, agitate da una costante lotta interiore e manifestate esteriormente da quella turpe falsità, abilmente camuffata dall'innocente posa e gestuale apparenza della timidezza, senza rendersi conto invece del meschino, scellerato e deleterio inganno auto indotto, che descriveva eccellentemente la miserabile condizione in cui versava dai molti anni trascorsi a dissetare di piacere quella bestia interiore che non gli dava alcuna tregua, ripetendo sempre tutto quello stesso squallore solo per temporaneamente placarla.
La masturbazione pertanto era divenuta per lui il traguardo agognato, il premio giusto, la necessaria ed irrinunciabile ricompensa per tutto ciò che era stato inventato sino a quel momento dallo sforzo profuso dall'immaginazione e che sarebbe diventato però l'ennesima sperimentazione dell'avidità, che avrebbe acceso così la prossima iterazione del desiderio di ripetere ancora quell’atto, per averne di più: quella era così la prigione oscura e perversa della sua meccanicità.
L'io non può mai liberarsi da sé stesso: quando io c'è, c'è solamente lo spazio della distanza tra il suo centro egocentrico e l’oggetto che desidera avidamente per espandersi in quel momento, spesso mascherato sapientemente dal buon agire, per non essere svelato. Tutto il resto è un di più che occorre, se serve, per la sublimazione delle sue scelte, delle sue volizioni e dei suoi piaceri.
C'è l'altro certo, ma esclusivamente per appoggiarsi, per servirsene in funzione dei suoi scopi ed interessi via via sempre più spietati: competere, misurarsi, realizzarsi, compiacersi, sottomettersi, identificarsi, riconoscersi, proclamarsi, confermarsi, possedere ed usare per poi gettare, quando l'abuso non gli è più utile. Io è questo processo meccanico e violento mosso dall'avidità che divide, che frammenta, che distrugge, che pretende, che ambisce, che desidera e che sceglie.
Non c'è amore vero in tutto questo, a parte quello truce di sé stessi, ma solamente una vasta ed immensa distesa di insensibilità dilagante che è di fatto il deserto arido e sterminato dell’io.
Aprì gli occhi all'apice dell'orgasmo, guardandosi compiacente nello specchio innanzi a sé per godere della sua immagine identificata nel piacere raggiunto, per poi contestualmente già iniziare a pentirsi di aver violentato il suo essere ancora una volta, come tutte le altre accadute.
Ma fece finta di nulla, come sempre: io non può vedersi per ciò che è, più di quanto non riesce ad accettarsi quando fallisce. Io deve realmente finire per trascendersi e toccare l’immensità del nuovo.
Vuoi sapere come, non è vero?
Chi pone la domanda?
Io?
Io non può finire sé stesso in alcun modo e se tenta di farlo, non fa altro che rafforzarsi, così come quando resiste ai suoi tanti desideri, plagiato dai suoi stessi schemi, tessuti proprio per accrescerlo.
Io può solo vedere ciò che è in silenzio, senza sapere che cosa c'è senza il suo movimento, senza la convenienza dello scegliere, senza la furbizia scaltra del congegnare e senza la misura schematica del riconoscere.